LA MAGIA IN CALABRIA di Tiziana Romeo

17.10.2013 21:46

Come in tutti i luoghi del mondo, anche in Calabria la magia ha le sue radici in epoche lontane e più antiche quasi della Terra stessa . Da sempre in questa regione, le credenze, le pratiche magiche e la tradizione, si sono fuse  in maniera sincretica sino a dar vita ad un’identità “magica” e a credenze che tardano ad affievolirsi e a sfumare con lo scorrere del tempo.

Ad esempio, i giorni hanno da sempre avuto grande importanza nella pratica magica e possono essere fasti o nefasti: il venerdì ad esempio è il giorno di crisi in cui è di cattivo augurio battezzare i bambini, cambiare gli abiti, tagliare i capelli e le unghie.  In alcune località del reggino non si faceva mai visita di venerdì a una donna appena maritata o che avesse da poco partorito perché sarebbe stato di cattivo augurio. Il sabato è invece il giorno delle streghe, il giorno in cui il demonio può prendere corpo in un caprone, mentre il giovedì era da considerarsi di semiriposo e alcune operazioni, come ad esempio curare i bachi da seta, non dovevano essere compiute. Anche la notte ha un'influenza sugli uomini perché è consacrata agli spiriti e alle ombre: dopo il calare del sole non si deve prestare il lievito, altrimenti il pane non crescerà, le madri non  portano in braccio i bambini, ma devono essere i padri a proteggerli dagli spiriti della notte. Nei momenti di crisi dell'anno, a Capodanno, alla Candelora, nella notte di San Giovanni, le streghe si impossessano dell'aria intorno ai villaggi e si possono allontanare solo con gli strepiti dei tamburelli e di altri strumenti improvvisati o con gli scongiuri. Come per la spina solstitialis dei Romani, anche i calabresi affidavano ad un'erba magica il potere di fugare i demoni: è l'erba di S. Giovanni, usata anche da altri popoli d'Europa per questo scopo e che appariva nelle formule magiche dei druidi e delle streghe. Inviare dei mazzi d'erba di San Giovanni era segno di buon augurio e voleva essere un gesto di pace e di fratellanza, i legami che si stringevano con l'invio di questa erba fiorita potevano durare tutta la vita e unire le famiglie con un vincolo più forte di quello che esisteva fra parenti. Le “magare” conoscevano i segreti dell'erba di San Giovanni che si credeva avesse il potere di allontanare i demoni, ma anche di evocarli, e nei villaggi rurali le donne pratiche di magia venivano trattate con timore e con rispetto, chiamate con l'appellativo di zia o comare, come i francesi le chiamavano sage femme o bonne dame, un modo per attirarsi le loro simpatie allontanando il pericolo di iettature e sortilegi. Le “magare” uscivano di notte e sotto forma di uccello notturno potevano insidiare i bambini nelle culle e rapire le ragazze trasportandole lontano; avevano il potere di ammaliare le persone con formule e filtri, eccitare l’odio o l'amore, produrre malattie, gettare il malocchio su uomini e animali. La loro vicinanza alle forze della notte, al potere misterioso della luna, le rendeva capaci di trasformare gli uomini in lupi e questi disgraziati passavano le notti di luna piena urlando e camminando carponi per le strade intorno ai villaggi. Solo l'uso di scongiuri (“carmare o fari u carmu”) poteva preservare da queste influenze e dovevano essere recitate di notte in una chiesa, cercando la vendetta contro le potenze malefiche. Ad esempio le donne colpite da emicrania, per liberarsi dal malocchio che le aveva colpite che prendeva la forma di malore, recitavano lo scongiuro;

 

Miseria maledetta,

 

vatti a mari ad annigari

 

chista è carni benedetta

 

e non hai tu chi ci fari.

 

Carrica e scarica, pitittu e miseria, rugna e tigna,

 

tu quannu vidi a mia morta ma cadi”.

 

Quando una “magara” buona era chiamata a contrastare un maleficio, recitava il carme di scongiuro, metteva in bocca un pizzico di sale e poi leccava tre volte la fronte dell'affascinato e per tre volte gli alitava sul viso. Dovendo iniziare alla magia una giovane donna, si aveva cura di trasmettere le formule magiche durante la notte di Natale, fuori da tale giorno ogni passaggio di conoscenze occulte era tabù. Insieme agli scongiuri e al sale fra i rimedi magici primeggiava la ruta, una pianta dal potere narcotico che, per avere valore magico, doveva essere raccolta dopo la mezzanotte. L'uso della ruta è documentato fin dall'antichità, era la pianta sacra ad Ecate, la dea degli incantesimi e raccolta in ramoscelli aveva la capacità di allontanare dai luoghi dove veniva posata, spiriti e influenze nefaste. Fra gli strumenti usati dalle “magare” sono da annoverare anche i teschi di alcuni animali, i chiodi di ferro, gli amuleti; la saliva era considerata un importante mezzo magico, sputare tre volte in terra, ripetendo uno scongiuro, era un modo per contrastare il malocchio e i demoni maligni. Spesso all'atto dello sputare si aggiungeva l'esclamazione “otto e nove”, reminiscenza della magia dei numeri di origine pitagorica secondo la quale il 9 è il primo quadrato fra tutti i numeri originato dal 3 numero perfetto, mentre 8 è formato dal cubo del 2 primo numero pari. Fra gli amuleti magici, molti legati al collo dei bambini per tutelarli dalle malattie e dal fascino, vi sono forme molto antiche come piccole forme di pietra forate, scaglie di salgemma, piccole chiavi di ferro o di argento, piccole scuri: diffusissimo è l'uso del cosiddetto abitino, minuscole sacche di tessuto in cui venivano riposte foglioline di palma benedetta, cera dell'altare, grani d’incenso, tutto rigorosamente in numero di tre.  Ricordiamo inoltre che quando nell'antica Roma scoppiava un'epidemia, i censori avevano il compito di recarsi nel tempio di Marte e di portare sull'altare un chiodo di ferro: questo oggetto scaramantico aveva il potere di tutelare caricando su di sé le malattie e le cattive influenze. L'uso di questi chiodi era assai diffuso e venivano chiamati chiodi della Fortuna; durante il Cristianesimo il chiodo divenne l'oggetto in cui amava tramutarsi il demonio e nelle pratiche di esorcismo spesso gli indemoniati, all'atto di liberarsi dallo spirito maligno, vomitavano chiodi. Questo costume, conosciuto e praticato in Calabria, era assai diffuso fra pastori e contadini i quali usavano appendere al collo degli animali, insieme al loro sonaglio, un piccolo chiodo che una “magara” aveva reso capace di allontanare il malocchio. Le maghe conoscevano anche il modo di dominare i fenomeni atmosferici, poiché fra i calabresi era seguita l'opinione, comune fra i neoplatonici, che fossero i demoni, abitatori dell'Aria, a scatenare gli elementi. Per dare forma cristiana a questa credenza si usava invocare santa Barbara, la sola ad avere potere sugli elementi indemoniati.

 

Santa Barbara affaccia, affaccia

 

che ci passano tre galere,

 

due di acqua e una di vientu,

 

Santa Barbara fa buonu tiempu”.

 In Calabria si possono visitare luoghi dove ancora oggi si avverte la presenza della magarìa (magia). I contadini calabresi hanno accolto le festività della fede cristiana mantenendo forme rituali provenienti dal mondo classico; festività celebrate nei primi giorni del mese di gennaio hanno lasciato un segno nel mondo contadino. Per un popolo costretto a strappare con grande fatica i doni della terra, i momenti festivi del solstizio d'inverno rappresentavano l'occasione per ribadire il legame con la divinità, proiettando in una visione di dono e di festa le speranze per i successivi raccolti. Durante il Natale, nelle famiglie contadine si consacrava il fuoco - ancora oggi alla vigilia di Natale in molti paesi si possono ammirare le cosiddette focere (falò) - e si benedicevano le mense. La notte di Natale è la notte della magia, della trasformazione, la notte in cui le magàre trasferivano le parole delle formule magiche, degli scongiuri usati contro l’affascinu (malocchio).

Riti magici e credenze che appartenevano al popolo calabrese che nella dura lotta per la sopravvivenza tentavano spesso di trovare un aiuto nel divino e nel soprannaturale. Preghiere ed usanze contro il potere malefico del malocchio e del maligno; si ricorreva di sovente ad alcuni sistemi semplici come l'uso di bacinelle d'olio dove si faceva sopra il segno della croce per tre volte, come quello di riempire le tasche di granelli di sale oppure mettere durante le tempeste del pane benedetto fuori. Un altro  argomento importante da trattare è quello dei sogni. II sogno che come una finestra sul mondo dell'ignoto permette all'uomo quasi di rubare una scintilla del sapere divino; basti ricordare come alla base della rivelazione della stessa nascita di Gesù ci sia stato proprio un sogno, quello di Giuseppe che sognò l’ arcangelo Gabriele! II sogno nell'immaginario collettivo popolare diventava, quindi, un mezzo per interpretare attraverso i vari simboli un pezzetto di futuro.

In tal senso per molto tempo la Chiesa ha condannato certe forme di superstizione come nemiche della fede, sebbene oggi si tenti di vedere in esse un'espressione dì spontaneità infantile della fede stessa che a volte proprio nella ostinata razionalità trova il suo vero nemico…